TERRITORI DEL SACRO
di Bulu Imam
Dedicato a Philomina e a Elisabeth che mi hanno insegnato a vedere il sacro
E ai miei amici tribali:
Babulal Birhor, (guaritore). Che possa praticare le sue cure anche sugli dei,
Khaita Munda di Isco che mi ha insegnato in che modo capire la storia.
Che possa tornare nella cava di Marwateri.
Sanjhlu Hansdah da cui ho appreso a seguire le tracce.
Ci incontreremo di nuovo nei Paradisi di caccia sopra le terre dei Santhals.
E infine al mio migliore amico in quelle terre, Chedi Munda.
Che viveva sotto la cava di Isco ed è stato la guida delle mie esplorazioni.
Le storie e le credenze del mondo tribale sono percepibili in ogni punto del paesaggio di Hazaribagh. Un paesaggio ancora in gran parte intatto e ricco di reperti che potrebbero tranquillamente essere datati al periodo paleolitico, se non appartenessero anche in pieno (e con la medesima valenza di quel tempo) al nostro presente. I segni degli albori di una grande religione sono lì, dentro le pietre, dentro i tagli che profilano le scheggie sparse in quantità sul terreno, sopra e sotto ogni collina. Una ricchezza immensa è rimasta lì. E aspetta di essere raccolta, non certo (non solo) come materiale da museo o di documentazione – ma come materia viva.
Se studiamo la vita dei tribali con attenzione capiremo che bastano davvero poche cose per rendere la nostra vita straordinaria - oppure per distruggerla, nella sua qualità, nel suo significato. I tribali lo sanno molto bene. Da ciò deriva il loro “isolazionismo”, una caratteristica particolare del loro modo di essere che si condensa perfettamente in una parola: dikku, per definire quelli di fuori…
Chiunque pensi di avere qualcosa da insegnare a queste popolazioni, o ritenga di poterli ‘sviluppare’ mediante programmi cosiddetti di welfare, non sa di raccontare a se stesso delle bugie. O si illude di avere davvero qualcosa da insegnare – o entrambe le cose. Bisogna essere un ragno per tessere la tela del ragno. Non ci sono regole da imparare o principi da seguire. Ciò di cui stiamo parlando viene prima della filosofia ed è al tempo stesso dentro e al di là di ogni religione, perchè ha a che fare con il primo, originario risveglio della coscienza umana. I tribali sono di poche parole perchè il loro linguaggio non è nelle parole, ma nella vita.
Non c’è bellezza più grande e più alta dell’ambiente in cui la vita è semplicemente vissuta con la gratitidine di una vita originata. Non è effimero nè transitorio, ma permanente ed eterno; non frutto di sensibilità che cerca in continuazione nuovi stimoli nella varietà dell’offerta, o conferme nella vanità del possesso; ma frutto degli elementi che hanno originato la vita.
Pupul Jayakar racconta di come una volta le capitò di chiedere a una semplice donna di villaggio circa l’origine delle sue qualità espressive, del suo vocabolario visuale e orale. Al che la donna rispose: “Viene da parampara, un tempo senza inizio. Una conoscenza che abbiamo nelle viscere.” I tribali pensano direttamente per immagini piuttosto che per idee astratte. Ecco perchè il loro modo di esprimersi, anche a parole, è così pittoresco, evocativo, sensuale. Perchè ogni cosa è innanzitutto percepita attraverso il linguaggio dei sensi, ogni cosa è la meraviglia di una cosa che è successa. Questa grande e affascinante semplicità di espressione ha colpito la sensibilità occidentale per secoli. Non abbiamo mai studiato sistematicamente il respiro nella sua articolazione, come ‘macchina’ originaria, come elaborazione di un’esperienza fisica. È possibile che la linguistica sia solo la scienza delle condizioni esterne e che dell’essenza del parlare potrà occuparsi una qualche scienza che ancora non è stata elaborata come tale e che magari ci sarà un giorno, in futuro. Ma un fatto è certo: più antichi sono i linguaggi e più si assomigliano l’uno con l’altro, suggerendo che tutti loro derivano da un’unica madre lingua. Non a caso l’arte e la forma degli oggetti della preistoria di tutte le aree del mondo si assomigliano. E poichè solo rarissimamente ciò può essere spiegato sulla base di ipotetici contatti culturali, dobbiamo concludere che la somiglianza è originaria: le stesse forme geometriche, spiraliche, le stesse sagome misteriose, che ci sembrano così simili in tutte le parti del mondo, si sono sviluppate, o meglio originate, come risultato di esperienze, di mondi esperiti, nello stesso modo, secondo un tragitto comune ai primi passi di tutte le popolazioni.
E dunque è possibile immaginare una preistoria in cui esisteva un linguaggio comune per tutta l’umanità esistente sulla terra in quel tempo, e di cui rimane espressione visibile, tangibile, nell’espressione artistica, nei primi graffiti rupestri, di tutte le cave e siti rupestri del mondo - esattamente come i vagiti e i primi balbettii infantili sono simili ovunque nel mondo. Lo strano linguaggio inventato dei bambini, il linguaggio strano che la gente parla sotto ipnosi, tutto ciò potrebbe essere l’eco di ciò che i tribali chiamano ‘la lingua degli uccelli’. La madre di tutte le forme di comunicazione, la più antica, risale alla creazione della vita, al linguaggio originario di tutto il genere umano, che si ritiene venisse parlato prima di Bebele...
Dinnanzi allo schermo del tempo
A una quarantina di chilometri dalla nostra casa di Hazaribagh c’è il piccolo villaggio di Isco posizionato sopra un monticciolo della fonderia dove gli Azurs fondevano il ferro – o così ritengono i tribali. Isco è la casa di un antico gruppo di tribali Munda. In questo villaggio ho fatto amicizia con molti straordinari personaggi, e vorrei condividere con voi quello che mi hanno raccontato o in cui credono. Per esempio: Khaita Munda è certo che l’eccezionale schermata di pitture rupestri nelle cave vicino al villaggio venne realizzata con ossido di limo che ha una particolarissima reazione sull’ematite, presente in modo visibile, ad occhio nudo, in quelle roccie.
Un’altra interessante informazione viene dal mio amico Elias e riguarda un fagiano chiamato mowhkal (Centriopus sinensis). Quando la femmina deposita le uova, bisogna tenere sotto osservazione l’albero e il luogo preciso del nido. Quindi bisogna aspettare che i pulcini rompano l’uovo e attendere che crescano un pò fino a che cominciano a spuntare le piume sulle loro fragili ali. È a questo punto che bisogna agire: arrampicarsi sull’albero fino a raggiungere il nido per rompere le zampine dei pulcini. La madre reagirà portando nel nido una certa erba da applicare alle ferite, e lo farà ogni giorno. E’ a quel punto che l’uomo potrà impossessarsi di quella pianta anche per curare sè stesso. Secondo Elias è in questo modo che si scopre in che modo si curano le altre creature.
C’è qualcosa sotto la parete istoriata di Isco, che sicuramente ha attratto molti re. C’è qualcosa di indubbiamente speciale in quell luogo - che ha visto arrivare un’infinità di gente, per un’infinità di tempo. Forse anche altri luoghi sono ugualmente speciali e non lo sappiamo, e non possiamo capirlo a causa dei cambiamenti ambientali. L’acqua e il suolo e l’aria, le dimensioni verticale e orizzontale, gli elementi che rendono un luogo speciale – che distinguono ciò che è unico e meraviglioso rispetto a ciò che è mondano e ordinario - quella cosa è qui. Questa qualità speciale che Isco possiede lo distingue da tutto il resto del paesaggio in cui si trova come una bellissima perla nascosta in un oceano verdeggiante. Coloro che aspirano a sentirsi in unità con questo ‘spirito del luogo’ devono farsi uno nella natura e comprenderla come l’elemento fondamentale che ha creato la vita. Per capire questa dimensione, la mia famiglia ed io stesso ci siamo spesso accampati per lunghi periodi in luoghi molto remoti, ed Isco è uno di questi luoghi: un luogo dove si può vedere, come se fosse stata registrata ieri, una delle prime apparizioni dell’uomo su questo pianeta. La manifestazione di una cultura agli albori dell’umanità.
Jarwadih è il villaggio dove sono cresciuto e dove mi hanno insegnato ad amare, rispettare, ammirare la vita tribale e la vigorosa popolazione che vi partecipa. Se mi chiedete in che modo posso immaginare l’Età dell’Oro di cui scrisse nell’ottavo secolo a.C. il poeta Esiodo – ebbene, per me è Jarwadih. Uno stato di perfetta felicità, un tempo privo di affanni – sebbene fosse tutto molto essenziale, un’esistenza rurale in uno scenario pastorale… tutto ciò è stato soppresso dall’odierna età dell’industrializzazione.
L’esperienza di Jarwadih e il patrimonio sapienziale che ne ho tratto sono per me un continuo monito rispetto all’attuale scenario da “fine del mondo”: se non ci daremo da fare per contrastare il no future della cosiddetta società post industriale, per far fronte al disastro creato dalle centinaia di impianti nucleari e petrolchimici, dagli inferni reali, scenari in fiamme, che sono tutti i siti minerari, città che crollano sommerse dai loro stessi rifiuti eccetera, possiamo tranquillament rassegnarci. La fine del mondo è dietro l’angolo. Perciò la mia mente ritorna almeno una volta al giorno a Jarwadih.
Jarwadih è uno dei villaggi Santhal seminascosto al limite di una grande foresta piena di vita selvaggia di ogni tipo, incluse tigri e leopardi. Esso si estende fra le propaggini orientali della piana di Hazaribagh e lo spartiacque del fiume Konar. I Santhal sono popolazioni in stretto contatto le une con le altre. In queste zone assumono il nome di Manjhi, che significa capo tribù – equivalente alla denominazione Munda, che significa la stessa cosa. Mi imbattei la prima volta con i Manjhis mentre andavo a caccia negli anni ‘50 e ’60. Ho imparato a cacciare da loro. Da queste lezioni apprese sul campo ho sviluppato un amore per la vita della foresta e per le popolazioni tribali che anche nell’India di oggi continuano a vivere in così stretto contatto con la natura. Per tutta la mia adolescenza ho continuato a frequentare con assiduità le loro feste, soprattutto le grandi cacce annuali chiamate Sendra. Ed è in questo modo che ho assimilato una conoscenza così intima del loro stile di vita, è così che si è sviluppato il mio interesse per i loro manufatti e per la loro pittura, e persino per i loro cani da caccia dal pelo fulvo, straordinariamente intelligenti.
Il villaggetto di Jarwadih dista sette km dalla carrozzabile che da Hazaribagh arriva a Bagoder sulla Great Trunk Road che porta a Calcutta. Diversamente dalle popolazini tribali di altri luoghi del Jharkhand, quella di Jarwadih ha avuto la fortuna di vedere da una certa distanza l’intensificarsi dei traffici commerciali in crescente scorrimento su queste strade. Jarwadih è situata infatti sul bordo orientale di un’ampia radura che confina con la rada foresta del Saal. In queste foreste sono stati rinvenuti siti archeologici che evidenziano la cultura primordiale di queste tribù. Negli ultimi cinquant’anni, Jarwadih è rimasta racchiusa in una sorta di capsula temporale, come la maggior parte dei paesi dei Manjhi Santhal nel distretto sud-orientale di Hazaribagh. Queste zone sono state risparmiate dalla rovina delle miniere di carbone, diversamente da quanto è invece successo nelle vallate dei fiumi Bokaro e Damodar.
Recentemente, recandomi in un certo villaggio per consegnare dei cuccioli di cane del mio allevamento, ho fatto sosta di nuovo a Jarwadih dove ho trascorso tre bellissime ore con la famiglia di Sanjhlu Hansda, il mio vecchio apristrada. Lui non c’è più, ma la sua anziana moglie era lì per accoglierci col suo delicato inchino. Ho incontrato di nuovo Baburam, il figlio più grande di Sanjhlu, di ritorno dal mercato nel vicino villaggio di Bishungarh, dove era andato per vendere i prodotti locali. La famiglia ci ha cucinato il pranzo. E’ padre di tre bimbi, due maschi e una femmina. Sunita, che ha da poco compiuto un anno di età, imitava la mamma che puliva le pentole, cosa che dimostra quanto precoci siano questi bimbi nella scuola della vita. I Santhal vivono in una sorta di famiglia allargata sebbene dispongano di diversi focolari o chulha. E’ stato per me bellissimo riascoltare i vecchi canti dei Manjhi Santhal, che negli anni mi sono preso la briga di registrare affinché non si perdano o vengano cantati fuori dal loro contesto. L’ambiente era rimasto identico, lo stesso che avevo conosciuto più di 50 anni addietro. So bene che alcuni saranno infastiditi da questo mio entusiasmo o lo riterranno esagerato, accusandomi di celebrare l’arretratezza dei tribali, ma io non ci faccio caso perché basandomi su ciò che la Storia di questi luoghi mi ha insegnato, sulla base di quello che posso immaginare, è proprio quel genere di arretratezza che dovremmo perseguire – se davvero ci sta a cuore il futuro del pianeta. Non considero affatto arretrate queste popolazioni.
Il terzo figlio di Sanjhlu, Dhonu, è venuto con la sua famiglia a salutarci e ci ha donato un pò di granturco del suo campo, mentre il fratello più giovane Sukar era al mercato. Granturco. Questo cereale era la dieta principale degli indiani del nord America che i bianchi hanno sterminato. Nelle loro lunghe guerre di riconquista, gli indiani portavano con loro il cibo fatto di granturco misto a sciroppo di acero e acqua: un cibo nutriente e appetitoso. Mi piace pensare che ci sia un legame fra queste genti dell’America e dell’Asia anche se non sono passate per lo stretto di Bering.
Anche a Jarwadih è arrivata l’elettricità. Ovunque lampadine, che illuminano anche se non ce n’è bisogno, con gran spreco di corrente anche in pieno giorno! E non ho potuto fare a meno di pensare allo spreco che contemporaneamente stava avvenendo in tanti altri villaggi simili a questo, mentre in Occidente il mantra è ‘risparmia energia’, per far fronte all’Era Post Petrolio. Ma non si potrebbe pianificare un po’ meglio - mi sono detto… Ma il peggio doveva ancora venire. Sono andato sul retro della casa per osservare i campi di granturco. Il verde giallastro si estendeva fino alla foresta che sta sullo sfondo, come una sentinella silenziosa. Ho adocchaito delle costruzioni che ricoprivano una zona vuota che ricordavo da altri tempi; mi è stato detto che era una scuola. Un edificio carino, rosa e giallo, con dei bambini vestiti in linde uniformi blu, schiacciati dal peso dei libri. La logica conseguenza della strada asfaltata, terminata da poco, per collegare il villaggio alla civiltà. Così Jarwadih è entrato inesorabilente nella logica della modernizzazione. Arriverà presto anche la televisione. Al posto della semplice economia di sussistenza arriverà l’economia di mercato. E renderà arretrata, non più utile e giusta quella che ha funzionato fino a ieri e preservato per millenni queste popolazioni. Arriverà lo sviluppo. E sarà il nostro sviluppo, per noi. A costo del loro.
E’ in questo modo che il villaggio perderà l’isolamento culturale che era riuscito a mantenere. La naturale armonia tra vita, lavoro dei campi, arte - dovremmo dire l’arte di vivere - morirà nello spazio di una notte. Il loro stile di vita cambierà completamente. Prima di pensare di rendere le popolazioni tribali ‘come noi’ dovremmo forse chiederci se per caso non dovremmo imparare noi da loro. Hanno magazzini ricolmi di riso e granturco per un anno a venire, senza contare il raccolto che faranno quest’anno. Le donne Santhal sono esperte raccoglitrici di erbe della giungla, la foresta fornisce loro carburante, fibre, materiale di costruzione, oltre ad essere un luogo di ricreazione e ristoro. Non sembra anche a voi che i tribali di Jarwadih vivano di gran lunga meglio che in molti altri posti ‘civili’?
Chiunque abbia studiato il genocidio degli indiani del nord America e degli aborigeni Australiani capisce bene il rischio che corrono le popolazioni tribali dell’India come i Santhal, messi a confronto con questo futuro di sterminio direttamente promosso dallo Stato in nome dello sviluppo.
Nel momento in cui tutti nel pianeta stanno raggiungendo una così piena consapevolezza del collasso di un’economia basata sul petrolio e degli effetti devastanti dell’industrializzazione e dei mutamenti climatici che ne derivano, nel momento in cui studiosi e scienziati in tutto il mondo richiamano alla necessità di tornare indietro, predicano la decrescita, ricercano negli esempi di economia preindustriale precedenti all’avvento del petrolio dei possibili modelli di economia sostenibile per il futuro, qui in India stiamo distruggendo un patrimonio esperienziale inestimabile, dei cui effetti e precetti (tutti positivi, sostenibilissimi, armoniosi) sono depositarie le nostre popolazioni tribali. E abbiamo il coraggio di chiamarlo sviluppo.